La scelta di Enea, quando non si impara ad invecchiare bene

Saul e Davide – Quando non si impara ad invecchiare bene

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Per il ciclo, Anchise: il padre sulle spalle

Tratto dal libro di Luigi Maria Epicoco “La scelta di Enea” Edizioni Rizzoli 2022 pag. 92 e ss – Riduzione e adattamento del testo di Grazia Dalla Torre

Non c’è un’unica maniera di invecchiare. Potremmo dire, per semplificare, che esistono due modi di vivere il tempo della vecchiaia, uno negativo e uno positivo. Il tempo della vecchiaia potrebbe diventare il tempo della maledizione. In questo caso la problematicità che nasce dall’ esperienza della finitudine, dall’approssimarsi della morte, dalla debolezza, dalle proprie paure, dal decadimento, dall’accettazione della perdita dell’autonomia, può tirar fuori il peggio, non il meglio.

C’è una storia nella Bibbia che può aiutarci a illuminare questa possibilità della vecchiaia (…)  Nel primo e nel secondo Libro di Samuele troviamo tre personaggi significativi: il profeta Samuele e due re, Saul e Davide. È proprio nel rapporto, nel confronto tra il re Saul e il re Davide che possiamo trovare una sorta di chiave di lettura di questa modalità sbagliata di vivere la vecchiaia.

Saul è un re che potremmo definire vincente secondo l’ottica umana; la possanza fisica, ma anche la sua capacità di corrispondere a quelle che sono le aspettative del mondo, fanno di lui un uomo facilmente riconoscibile nella sua sovranità. Saul è un re che si fida molto di ciò che pensa, di ciò che sente, di ciò che vede, e sembra però a un certo punto privo di quell’interiorità necessaria ad accogliere la parola del Signore come l’orientamento più decisivo per le sue scelte.

Davide, invece, non ha nessuna di queste caratteristiche esteriori. Il testo biblico ci dice però che Davide è scelto perché Dio non guarda all’apparenza ma guarda il cuore (1 Sam 16, 7). Allora, se Davide non ha la stessa apparenza del re Saul, sappiamo per certo che se c’è una parte di Davide che funziona meglio che nel re Saul è il cuore, la sua interiorità. Questo rende il re Davide completamente diverso, opposto rispetto al re Saul. Le storie di questi due re si incrociano perché Dio ha deciso di detronizzare Saul e di dare il suo regno a Davide, che viene scoperto e riconosciuto come l’unto del Signore attraverso un discernimento fatto proprio dal profeta Samuele in uno sperduto villaggio nei pressi di Gerusalemme, Betlemme. È nella famiglia di lesse che Samuele si reca per cercare il prescelto del Signore (1Sam16,1-13). (…)

La scelta operata da Dio attraverso il profeta Samuele fa sì che Davide riceva un’unzione che lo porterà man mano a emergere come colui che dovrà prendere il posto di Saul. Inizialmente sarà lo stesso re Saul a volere nella propria corte la presenza di Davide, essendo egli un abile suonatore di cetra. La musica di Davide aveva il potere di calmare l’agitazione di Saul, il tormento che gli nasceva da quello che la Bibbia definisce lo spirito cattivo che ogni tanto si impossessava del re. Anche a questo proposito è interessante vedere come quelle che sembrano delle circostanze fortuite fanno sì che si possano incrociare due storie, due destini. Ma se inizialmente, come dicevamo, Davide incontra il favore del re Saul, man mano che comincia a guadagnarsi la stima della corte, del popolo, e a rendere visibile anche il favore di Dio nei suoi confronti, si innesca iri Saul una reazione di invidia nei confronti del giovane.

L’anziano che invidia il giovane trasforma sempre l’anziano in un persecutore. È proprio a partire da questa storia che potremmo coniare il complesso di Saul.

Ci troviamo davanti a questo complesso tutte le volte che l’anziano entra in competizione con il più giovane. Questo si manifesta soprattutto come un voler ostacolare in tutti i modi le iniziative di chi viene dopo di noi. La giovinezza viene vissuta quindi come qualcosa che tira fuori la rabbia. In questo modo se ne svaluta sempre l’iniziativa, la scelta, e si percepisce il più giovane come un antagonista, come qualcuno che vuole spodestarmi, che vuole togliermi dal mio trono, che vuole rubare la mia sicurezza. Perseguitare il più giovane significa rendergli la vita impossibile, frantumare i suoi sogni, non dargli mai l’opportunità di diventare adulto, svuotare le sue responsabilità, banalizzare le sue scelte e la sua visione delle cose.

Viviamo in una società in cui a volte gli anziani che occupano posti decisivi all’interno delle diverse istituzioni fanno fatica a cedere il passo, a togliersi, a congedarsi per fare spazio al nuovo. Vivono costantemente in polemica nei confronti del cambiamento e tentano in tutti i modi di rallentare quanto più possibile ciò che invece è evidente nei fatti e nella storia stessa. Ci troviamo in questo modo davanti a un adulto non generativo, che quasi mai riesce a far crescere persone che possano prendere il suo posto.

Concepisce sé stesso sempre e soltanto come un assoluto insostituibile e in fondo gode della sua indispensabilità. Proprio in un panorama del genere si assiste a un’incapacità di successione nella politica, nella cultura, nella scuola, nella famiglia stessa o in un ambiente ecclesiale. Le grandi istituzioni rimangono ostaggio di adulti che non riescono ad accettare la fine del proprio ruolo e in questo caso la finitudine del proprio potere. Ma questo tipo di adultità fa sì che tutto il bene che si è fatto nella vita a un certo punto venga vanificato da tale atteggiamento. È un atteggiamento disfattista che va a demolire ciò che si è costruito per tanti anni. Così il bene che si è fatto viene oscurato da questa contro-testimonianza. Non si riesce più, quindi, a far tesoro anche del bene di quella persona perché è diventata un persecutore, un tiranno, un omicida, seppur in termini simbolici.

A questo proposito è interessante come Saul non si limiti a voler sminuire la figura di Davide, ma tenti di eliminarlo fisicamente. La sua è una persecuzione che ha come obiettivo la morte, l’annientamento dell’altro. È la stessa logica di chi pensa che riuscendo a far fuori ogni pretendente potrà rimanere per sempre su quel trono. È un’illusione che dà il potere, un’ubriacatura che nasce dal fatto di aver costruito la propria vita in maniera non casta, cioè non libera dal possesso. Infatti, paradossalmente, quando non ci si riesce a congedare da una realtà, si può dire che si è posseduti da quella realtà. Si ha così l’illusione di possedere quando invece si è prigionieri di quel possesso. Cedere il passo, fare spazio, lasciare che l’altro possa emergere, incoraggiare, sono questi gli atteggiamenti che rendono la vecchiaia un tempo di benedizione.

È importante non dimenticare questo complesso di Saul come una patologia che, soprattutto in questo nostro tempo, attraversa un certo mondo adulto e lo imprigiona facendo sì che non emergano più persone in grado di assumersi in prima persona la responsabilità. E quando per forza di cose devono prendersi una responsabilità, sono già sfiancate dalla vita stessa e incapaci di dare il meglio di sé.

Fidarsi di un giovane è un rischio, criticarlo è sempre un atteggiamento omicida. Se da una parte il rischio non ci dice che andrà sempre bene, avere un atteggiamento disfattista nei confronti di un giovane significa condannarlo al fallimento. Ma se, nella storia biblica, il re Davide mostra una maturità più grande del re Saul non reagendo a questo odio omicida neanche quando gli si presenta l’occasione, normalmente nella nostra società il malcontento prodotto da adulti che non accettano la finitudine del loro potere e della loro vita produce rabbia, rancore, desiderio di rivalsa. Non c’è più una connessione generazionale, bensì un conflitto generazionale. Per un giovane l’adulto è un nemico che non gli permette di vivere. Per un anziano il giovane può rappresentare invece la minaccia alla sua stessa vita, alla sua stessa sopravvivenza. Soltanto se c’è un adulto che rende possibile la mia ascesa, allora capirò che non posso fare a meno di quell’adulto e che mi è necessario come una riserva di esperienza che mi rende saggio. Allo stesso modo l’adulto ha bisogno di poter lasciare un’eredità, di rendere possibile una successione, perché solo e soltanto se c’è un erede ciò che ho fatto continua a vivere e non è destinato a finire, a diventare esso stesso vuoto, nulla, a essere vanificato. Quando si mette l’altro nella condizione di poter accogliere la mia eredità, ho salvato dalla morte ciò che ho ritenuto un bene, ciò che ho percepito come decisivo dentro la mia vita. In un certo senso chi è capace di tramontare, in fondo non muore mai veramente, perché la sua vita continua in chi ha preso il suo posto. (…)

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