Recensione del libro: “Ageismo – il mistero del nome perduto” di Luca Lodi

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La protagonista di questo breve romanzo (Dapero, 2022) è Chiara, educatrice in una RSA, che vive alcune situazioni che interrompono la sua routine quotidiana e la portano a ricercare un personaggio misterioso che le lascia indizi particolari, attraverso i quali provoca in lei un cambiamento di prospettiva.

Anche Luca Lodi, l’autore del romanzo, è un educatore che con leggerezza, creatività e profondità ci aiuta a guardare ogni persona con uno sguardo sincero, che si arricchisce e si interroga creando relazioni significative anche con chi è più fragile.

Nella postfazione Andrea Manto scrive che l’autore «applica alla sua esperienza quotidiana, nel contesto del suo lavoro di RSA a contatto con gli anziani, la sua spiccata capacità narrativa e la grande sensibilità personale – direi spirituale – che nutre nei confronti delle persone anziane e che traspare nitidamente dai suoi testi.

Così, in questo nuovo romanzo, con la passione e la competenza di chi conosce in profondità il proprio lavoro e sa quali fotogrammi mettere a fuoco per rappresentarlo, e con un sguardo carico di delicatezza e di empatia, riesce a riconoscere e a raccontare il mistero di umanità e il tesoro di saggezza, a volte appena sussurrata, che possiamo ritrovare nelle generazioni che ci hanno preceduto.

E tutto questo grazie alla “straordinaria” possibilità insita nel sentirci chiamare con il nostro nome, prima forma di riconoscimento dell’identità e imprescindibile forma della relazione personale e del potere della parola e dell’ascolto, strumenti indispensabili per la cura e la presa in carico dell’esistenza di ogni persona» (p. 122).

“Agenismo” è un neologismo che rappresenta forme di pregiudizio e discriminazione nei confronti di una persona in ragione della sua età. È una parola poco conosciuta, forse, ma che descrive comportamenti e prassi purtroppo diffuse, collettivamente tollerate e giustificate.

Tante sono le forme di abbandono terapeutico e relazionale, spesso perché si è incapaci di entrare in relazione, perché si ha paura della sofferenza o perché l’individualismo è dominante. Prassi quotidiane, esplicite o subdole che si realizzano in tanti contesti sociali, dalle abitazioni, alle strutture residenziali, per le strade e nei luoghi pubblici.

Chiara a una tirocinante suggerisce: «L’azione più brutta che puoi fare è passare di fronte ad un anziano e non considerarlo» (p. 16). Quante organizzazioni e procedure nelle strutture vengono applicate per un approccio operatore-centrico, che non tengono in conto che ognuno è diverso ed è libero di scegliere, anche se forse è meno consapevole di sé. «Non permettere che l’anziano sia sempre lo stesso per tua comodità, ma accogli il suo desiderio di cambiamento» (p. 27).

Qual è il ruolo, l’identità che caratterizza un anziano “istituzionalizzato”? «Diventiamo ospiti, pazienti, malati. Certo è una casa di riposo, ma pur sempre casa. La casa è fatta per essere abitata, per diventare dimora. Solo chi la vive ne determina il calore. Essere riconosciuto come persona ti permette di sentirti famiglia appartenere è come sentirsi vivo» (p. 31).

Tanti aspetti organizzativi, tante priorità apparenti rischiano di far dimenticare ciò che ha più valore: «Dignità è riconoscere e accettare chi sono ora. Sono migrato, ho faticato ma ora sono tornato. Dignità è abbracciarmi così come sono: vecchio, stanco e sgradevole. La dignità ci viene appiccicata addosso quando nasciamo. È un marchio… nessuno può cancellare il marchio della dignità» (p. 63).

Alcuni anni fa la Fondazione Alberto Sordi ha finanziato un Progetto di Ricerca dell’Unità di ricerca di Scienze Infermieristiche dell’Università Campus Bio-Medico di Roma[1], conclusosi nel 2020, dal titolo “Rinnovare l’alleanza tra generazioni: uno studio sull’ageismo e sui modelli per superare le discriminazioni nei confronti della terza età”.

Un progetto originale che ha offerto spunti innovativi, importanti per valutare il fenomeno dell’ageismo da parte degli adolescenti italiani verso le persone anziane, evidenziandone le caratteristiche e mettendo in atto interventi per promuovere lo scambio intergenerazionale. Nello studio, in media i ragazzi hanno risposto facendo riferimento in primis alle proprie relazioni con i nonni che rappresentano il primo modello di anziano con cui entrano in contatto e a cui dimostrano di essere legati da un profondo sentimento di affetto.

La persona anziana è depositaria della storia della famiglia e di una epoca, è fonte di consigli. Sono emersi pochi pregiudizi verso la terza età. Le persone anziane possono essere percepite come fragili e bisognose di aiuto, dipendenti dalla famiglia e esposte alla solitudine. Anche nella visione della propria età matura (ossia come gli stessi ragazzi si vedono da anziani) molti ragazzi vorrebbero assomigliare ai propri nonni ed essere circondati dall’affetto familiare, così come hanno fatto esperienza nella loro famiglia. Pochi pregiudizi, dunque, ma considerazione e rispetto caratterizza il loro rapporto con le persone anziane.

Dati incoraggianti e su cui è possibile fare leva per continuare ad impegnarci per realizzare un nuovo umanesimo che dia speranza alla nostra società.

Luca Lodi scrive che «“Chi-amare”, non è solo una parola ma è una scelta» (p. 66). Questo testo può aiutare i professionisti della cura a riflettere sul fatto che non basta acquisire i comportamenti adeguati, ma è importate guardare con il giusto “sguardo del cuore”.

Articolo a cura di Grazia Dalla Torre – Fondazione Alberto Sordi


[1] Maria Grazia De Marinis, Anna Marchetti, Maria Martese.

Al seguente link, la nostra intervista con Luca Lodi in occasione dell’uscita del suo precedente romanzo “Lunafasia”:
https://www.fondazionealbertosordi.it/intervista-a-luca-lodi-autore-di-lunafasia/

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