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Ritratti di Andrea Pellizzer - Protagonisti del Centro Diurno Alberto Sordi 2023

Dialogando con Andrea Pellizzer

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Andrea Pellizzer – regista, sceneggiatore, fotografo e illustratore – ha svolto un’esperienza di volontariato presso il Centro Diurno Alberto Sordi entrando in forte risonanza con gli anziani dell’Associazione. L’opportunità è nata durante la realizzazione di un Docufilm per celebrare i 30 anni del Campus Bio-Medico.

Con l’avvicinarsi del 5 dicembre – Giornata internazionale del volontariato, lo abbiamo intervistato per farci raccontare le sue impressioni e cosa ne è derivato da questa esperienza.

Intervista Andrea Pellizzer

Come è nata questa collaborazione con il mondo del Sistema Campus Bio-Medico?

Sono stato coinvolto circa un anno fa (settembre 2022, ndr) per la realizzazione di un film che celebrasse il trentennale di questa istituzione.

L’idea che si voleva sviluppare era quella di raccontare il mondo del Campus Bio-Medico attraverso uno storytelling che coinvolgesse tutte le realtà che lo compongono, dando voce a chi vi lavora ogni giorno.

L’obiettivo di fondo era quello di catturare l’anima del Campus attraverso le storie delle persone, del loro lavoro, della loro vita e del loro impegno, sviluppando da questo intreccio uno storytelling incentrato sulle persone che collaborano all’interno del Sistema Campus Bio-Medico.

Ho proposto di organizzare un workshop con studenti e studentesse dell’Università Campus Bio-Medico senza lezioni teoriche, ma fortemente incentrato sull’operatività: imparare a gestire le interviste, capire come funzionano le telecamere, soprattutto nella parte di produzione vera e propria, sviluppare creatività.

Abbiamo fatto molte ore di riprese per raccontare la varietà delle attività professionali e per cogliere la ricchezza delle vite personali dei dipendenti coinvolti. La voce di ogni racconto è quella catturata durante le interviste vere e proprie.

La parte più importante di questo lavoro sta nel fatto che i ragazzi coinvolti nelle riprese spesso improvvisavano le domande sulla scia di ciò che ascoltavano e percepivano.

Questo ha permesso di dare uno spirito molto leggero e informale a tutte le storie, creando un senso di genuinità e autenticità, che era poi il mio obiettivo.

Durante l’esperienza così intensa del film, hai svolto anche un’esperienza di volontariato presso il Centro Diurno per persone anziane dell’Associazione Alberto Sordi. Ci racconti cosa ti ha colpito di più?

Le 14 storie raccontate nel film coinvolgono 19 persone, ma sicuramente l’esperienza al Centro Diurno è stata quella che in assoluto mi ha impegnato di più.

Fin dalla prima riunione mi sono reso conto che avevo voglia di fare un’esperienza immersiva in questa realtà, per avere l’opportunità di conoscere tutta l’utenza.

Volevo evitare di presentarmi subito con le telecamere. Ho pensato che fosse meglio entrare pian piano, costruire relazioni di conoscenza con persone più anziane, che magari potevano sentirsi a disagio in una situazione di riprese.

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intervista ad Andrea Pellizzer Fondazione Alberto Sordi

L’obiettivo è stato duplice, anzi triplice.

In primo luogo, mi interessava davvero, a prescindere dal progetto in sé, conoscere le storie di queste persone.

In secondo luogo, mi sembrava che attraverso i loro racconti potessi cogliere un tocco che nessun altro poteva dare all’interno del mondo Campus. Sono milanese e mi aspettava una lunga trasferta romana per svolgere questo lavoro in un contesto che non conoscevo. Quello che è stato un passato, una storia – anche dei quartieri in cui si muove il Centro Diurno Alberto Sordi – serviva a capire l’evoluzione urbanistica, sociale e culturale dei quartieri di Roma Sud.

Avvicinarmi agli anziani del Centro Diurno mi ha aiutato a comporre un puzzle, capendo più in profondità il tipo di utenza all’interno dei quartieri, le storie delle persone che li abitano e i luoghi che ne fanno da scenario.

Infine, il terzo obiettivo era quello più vicino al lavoro da regista: entrare in contatto con delle persone prima delle riprese. Questo in generale mi aiuta a organizzare il lavoro nel migliore dei modi. Mi permette, infatti, di inserirmi in un contesto come se fossi parte del gruppo e sviluppare un rapporto di fiducia, che rende il tutto più piacevole e scorrevole.

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Non essere percepito come un estraneo, ha messo tutti a proprio agio nel fare quello che stavano facendo durante le riprese.

Alla serata di fine luglio in cui sono state fatte le riprese della festa, mi sembrava di conoscerli tutti da tanti anni, anche in realtà se erano trascorsi solo 3/4 mesi.

Il punto è che lavorandoci spesso, i volti diventano familiari e si sviluppa un rapporto di conoscenza, di amicizia.

La storia del Centro Diurno ha come voce narrante quella di Francesca Lospoto (educatrice Responsabile del Centro Diurno dell’Associazione Alberto Sordi, ndr), ma durante il suo racconto i veri protagonisti sono gli anziani e le loro famiglie. Il racconto si sviluppa intorno all’utenza, a persone che sorridono, trascorrono del tempo quasi coccolati dagli operatori che lavorano nel centro. Si sente che c’è davvero una vicinanza a quelle che sono le esigenze dell’anziano e delle famiglie in un contesto in generale molto caldo.

Quindi rimane lo storytelling di Francesca: una testimonianza vera con immagini vere, raccontate senza artifizi.

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Quali sono gli aspetti dell’Associazione Alberto Sordi che hanno più colpito il regista e il volontario Andrea Pellizzer? Vuoi raccontarceli?

Per arrivare a raccontare la storia, serviva tanto lavorare all’interno del Centro Diurno.

Le uniche riprese che si sono svolte in esterno sono state quelle relative al giro dell’autista e dell’operatrice che accompagnano gli anziani a casa e che mi ha consentito di conoscere un po’ meglio i quartieri che popolano questo territorio.

E’ una cosa che può sembrare banale, ma mi sembra importante sottolineare che frequentano il centro anche persone che hanno attraversato o attraversano una fase di spaesamento e che vengono da subito aiutate a inserirsi all’interno del gruppo e delle attività da svolgere.

Ho percepito un’atmosfera molto calda, familiare e amichevole, dove le persone hanno desiderio di creare gruppo, passare del tempo in compagnia e sono motivate a prendersi cura di chi sta loro accanto.

Ho visto all’opera un team pronto alla battuta, all’ironia, al mettersi in gioco.E secondo me la capacità di mettersi in gioco è fondamentale per riuscire a inserirsi al meglio e per aiutare gli altri.

Secondo te oggi sono abbastanza valorizzati all’interno della società?

Parlando da un punto di vista personale, al di là della mia storia con i nonni, mi piace partire da una soluzione piuttosto che da un problema. Il ruolo che secondo me andrebbe spinto e valorizzato rispetto alla terza età è proprio quello dell’esperienza e del racconto. Da questo punto di vista il ruolo degli anziani diventa estremamente interessante.

In un contesto in cui tutto viaggia a una velocità estrema, in una società dove tutto va sempre più in fretta, in una realtà sempre più caratterizzata dal non avere quasi tempo per certe cose, ciò che potrebbe rivelarsi vincente un po’ per tutti sarebbe dare più spazio alla terza età da un punto di vista della narrazione di quelli che sono stati i cambiamenti, gli sviluppi e del racconto di testimonianze

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In particolare questa cosa della testimonianza – magari trovando un modo giusto per farlo, per valorizzare questo tipo di interventi – mi sembra davvero importante per le nuove generazioni, che su tematiche specifiche potrebbero ascoltare dei racconti, anche molto semplici (non sto parlando di grandi professori) ma che hanno comunque un certo passato e un certo vissuto.

Questo aiuterebbe a vedere le cose in tante occasioni da un punto di vista più compiuto, più maturo, potrebbe essere fonte di ispirazione e, sotto tanti aspetti, darebbe il giusto peso alla ricchezza che c’è in queste esperienze e anche all’umanità.

 L’esperienza e il valore dei racconti degli anziani mi hanno arricchito anche a livello personale, sia lì nel Centro Diurno sia durante il mio primo film (Tre lire, primo giorno, ndr). Mi piace ascoltare i loro racconti, capire in che modo possano tornare utili per affrontare delle situazioni della vita personale e privata, ma anche per avere un quadro un po’ più completo delle cose.

Un uomo della mia età o più giovane non sarà mai in grado di darmi un punto di vista rispetto a delle cose che non ha mai visto o vissuto o a dei cambiamenti che ci sono stati.

Aiuterebbe tutti, dal bambino a un altro anziano, ascoltare storie e testimonianze che parlano di quello che una persona ha da dire.

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Cosa potrebbero imparare i giovani dagli anziani?

Per fare degli esempi.

In una realtà come quella dell’Università Campus Bio-Medico, se gli studenti avessero l’opportunità di fare quello che ho fatto io, anche in maniera di volontariato informale, chiedere a delle persone, a tante persone, che hanno un’età avanzata che tipo di testimonianze gli possono portare su delle tematiche specifiche o anche in generale.

Io la vedo come opportunità da costruire, da mettere in piedi bene e, dal mio punto di vista, è una grande risorsa, soprattutto in realtà come quella del Sistema Campus che ha studenti, pazienti, utenza della terza età tutti nello stesso luogo. Certe connessioni potrebbero arricchire un po’ tutti.

Sia l’anziano a cui piace parlare del proprio passato, se uno ha una vita da raccontare, anche un solo episodio da raccontare, ci tiene sempre a lasciare qualcosa alle generazioni più giovani. Sembra di lasciare una testimonianza a qualcuno che arriverà dopo di te.

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È sempre prezioso per chi racconta ma anche per chi ascolta.

Un’altra cosa importante, una cosa bella delle persone over 75, è che quando una persona raggiunge una certa età, non è solo nonno dei nipoti, ma è nonno un po’ di tutti. Questa idea di essere “nonno un po’ di tutti” per il tipo di scambi e di relazioni possibile andrebbe valorizzata.

Quando una persona anziana di una certa età ti parla, viene in qualche modo istintivo chiamarla nonno. Si crea un certo salto generazionale a quel punto, dove non conta più la parentela.

È una cosa un po’ ancestrale,. Si ritorna a quello che era un tempo in cui di anziani ce ne erano molto pochi, la persona più anziana era venerata e trattata da tutti con molto rispetto. Gli anziani erano, i depositari dei riti, delle tradizioni e delle conoscenze più antiche.

Questa è una cosa su cui riflettere. Se si tornasse ad avere un rapporto con persone della terza età da mettere quasi al centro del focolare da un punto di vista di narrazione, sarebbe secondo me un aiuto da unpunto di vista di ricchezza, di umanità sia per le famiglie sia per la comunità in senso più ampio.

I disegni sono ritratti dei protagonisti del Centro Diurno Alberto Sordi di Andrea Pellizzer – 2023

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