Costruire ponti con gli anziani: la tecnologia nell’era del Covid

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Nel mondo contemporaneo, il futuro delle relazioni è fortemente caratterizzato dalla tecnologia. Sia le relazioni sociali sia le relazioni lavorative passano sempre di più dalla mediazione di dispositivi tecnologici, quali smartphone o computer. Se questo trend era presente anche prima del Covid-19, in particolare, la situazione pandemica che stiamo vivendo ha fatto emergere la necessità di imporre questo strumento di mediazione come essenziale per ricreare virtualmente il contatto che fisicamente è negato.

Nello specifico, la transizione più significativa di questo periodo è stata la necessità di modificare la relazione con le persone anziane al fine di proteggerle dall’infezione dal Covid-19. Ciò è avvenuto, in particolar modo, attraverso la modificazione del tipo di relazione da contatto diretto a contatto mediato dalla tecnologia.

Il livello culturale e le caratteristiche personali, così come l'età, sicuramente giocano un ruolo nella adozione di una specifica tecnologia. Tuttavia, sembra che un comune pericolo sia latente nell’uso della essa da parte di persone anziane (ma anche di persone giovani), ovvero l'isolamento sociale. 

Si tratta allora di chiedersi se e in che modo la tecnologia abbia aiutato a costruire ponti tra più generazioni durante il Covid.

Il progetto di ricerca intitolato “Costruire i ponti con gli anziani” si pone come obiettivo lo studio della tecnologia quale strumento comunicativo intergenerazionale al fine di coglierne le potenzialità e i rischi. L’ipotesi di lavoro sottesa è che l’isolamento sociale sia sempre bidirezionale -dai giovani verso gli anziani e viceversa- ma con delle asimmetrie che non possono essere ignorate per implementare processi tecnologicamente mediati efficaci.

Tale ricerca, promossa dalla Fondazione Alberto Sordi, di fatti, propone pertanto, sulla base dei dati ottenuti mediante un questionario somministrato nei mesi di Luglio-Dicembre 2020, un focus sulle modalità di contatto con persone over 70 durante la prima fase della pandemia.

Il progetto è stato coordinato dall’Unità d Ricerca di Filosofia della Scienza e Sviluppo Umano, diretto dalla Prof.ssa Marta Bertolaso, presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, e realizzato con la collaborazione della Prof.ssa Maddalena Pennacchini e delle dott.sse Laura Corti e Maria Rosaria Brizi.

Due sono stati gli intenti essenziali nel progetto: il primo è produrre una descrizione della situazione attuale circa la modalità di cura delle persone anziane durante la pandemia e il secondo è uno studio di approfondimento sulla penetrazione tecnologica nella società italiana over 70.

La ricerca ha fatto emergere i seguenti punti:

  • la necessità di ripensare i modelli di cura focalizzati non sulla funzionalità ed efficienza ma sulla persona quali dimensione complessa e dinamica, in cui la asimmetria delle relazioni ha delle implicazioni operative concrete in termini di prassi e di processi

  • In concreto, l'utilità e il livello di accettazione della tecnologia nella cura dell’anziano non riguarda solo il processo di auto-monitoraggio del paziente ma deve essere percepito anche come strumento e mediazione con il contesto familiare.

  • Sono state individuate due variabili da implementare per una nuova cultura di cura dell’anziano che chiamiamo pro-attiva e partecipativa. Ciò implica affiancare l’implementazione delle nuove tecnologie con una formazione e informazione dell’anziano con l’obiettivo di abilitarli ad uso autonomo e motivato. Questo aumenta anche la fiducia e l’aspettativa dell’anziano di fronte all’innovazione tecnologica stessa anche per le dimensioni relazionali (di cura, di attenzione, di affetto, ecc.) e non solo di sicurezza.

A partire, dunque, dall’analisi del questionario, il progetto ha l’intenzione di proseguire sviluppando un nuovo modello della cura, chiamato Healthcare 5.0, che pone al centro la persona quale essere dinamico e attivo. Per tale motivo, stiamo iniziando a prendere i contatti con realtà di cura dell’anziano sia in Italia che all’estero. Tali conclusioni saranno, dunque, oggetto di ulteriori contributi di approfondimento e di ricerca.

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