Quando la musica fa emergere ciò che non vedevamo

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L’esperienza di Romina Carlini, operatrice sociosanitaria del Centro Alberto Sordi

Ho partecipato al progetto «La musica non si dimentica» accompagnando le persone anziane e assistendo ad alcune sedute. Non avevo mai preso parte a un percorso di musicoterapia e all’inizio ero soprattutto curiosa: mi chiedevo come sarebbe stata utilizzata la musica e che cosa potesse accadere in una stanza con pochi strumenti e un gruppo di persone molto diverse tra loro.

I primi incontri tra entusiasmo e difficoltà

Durante i primi incontri, i partecipanti si mostravano attenti ed entusiasti, ma anche desiderosi di comprendere che cosa dovessero fare. Alcuni incontravano difficoltà nel seguire il ritmo o nel ricordare le indicazioni; altri apparivano infastiditi dall’intensità dei suoni o preoccupati di sbagliare. C’era chi si lasciava coinvolgere immediatamente e chi, invece, sembrava raccogliersi nei propri pensieri, forse richiamato da un ricordo o da un’emozione.

Ognuno trova la propria modalità di partecipazione

Con il passare del tempo, però, ciascuno ha trovato una propria modalità di partecipazione. Alcune persone cantavano le melodie conosciute, altre battevano le mani o seguivano il ritmo con piccoli strumenti. Qualcuno si alzava per accennare un passo di danza; altri sorridevano osservando i compagni. Anche chi non riusciva a cantare o a muoversi con facilità poteva sentirsi parte dell’esperienza.

Capacità e atteggiamenti inattesi

La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata vedere emergere capacità e atteggiamenti che, nella quotidianità del Centro, non avevo ancora avuto occasione di cogliere. Persone abitualmente più isolate cercavano lo sguardo degli altri e sembravano desiderare la loro approvazione. Alcuni partecipanti con difficoltà motorie riuscivano a seguire il ritmo con una coordinazione inattesa. Altri, solitamente timidi e insicuri, si mostravano più spontanei, arrivando persino a incoraggiare i compagni.

Gesti di aiuto reciproco

Ho assistito a gesti di aiuto reciproco particolarmente significativi. Una persona generalmente poco incline a collaborare ha sostenuto con grande delicatezza una compagna in difficoltà, aiutandola a utilizzare lo strumento e incoraggiandola a non avere paura di sbagliare. In un’altra occasione, due partecipanti con importanti difficoltà cognitive, seduti uno accanto all’altro, hanno cercato insieme di portare a termine la proposta musicale. Nei loro sguardi si potevano leggere concentrazione, complicità e, alla fine, la soddisfazione di esserci riusciti.

La musica riduce il timore del giudizio

La musica sembrava ridurre il timore del giudizio. Nelle altre attività alcune persone, consapevoli delle proprie difficoltà, possono rifiutarsi di partecipare per paura di non riuscire. Durante la musicoterapia, invece, ognuno poteva contribuire a modo proprio. Non esisteva un solo risultato corretto: si poteva cantare, suonare, muoversi, ascoltare o semplicemente condividere la presenza degli altri. Questa libertà favoriva l’inclusione e permetteva anche alle persone più fragili di rimettersi in gioco.

Conoscere meglio le persone che accompagniamo

L’esperienza ha aiutato anche noi operatori a conoscere meglio le persone che accompagniamo ogni giorno. Abbiamo scoperto preferenze, capacità motorie, bisogni di vicinanza e modalità relazionali che prima non erano emersi con altrettanta chiarezza. Abbiamo compreso meglio quali persone si sostengono reciprocamente, quali proposte possono favorire la partecipazione e quali situazioni, invece, rischiano di generare stanchezza o disagio.

Un aiuto anche nella programmazione delle attività

Queste osservazioni sono diventate utili anche nella programmazione delle altre attività del Centro. Quanto emerso durante gli incontri ci ha aiutato a scegliere proposte più adatte alle capacità individuali e ad affiancare persone in grado di incoraggiarsi a vicenda. Abbiamo inoltre osservato reazioni differenti dopo le sedute: alcuni partecipanti apparivano stanchi per l’impegno richiesto, mentre altri rimanevano particolarmente attivi e stimolati per il resto della giornata. Anche queste risposte ci hanno insegnato a prestare maggiore attenzione ai tempi e alle caratteristiche di ciascuno.

Il confronto con le musicoterapeute

Importante è stato il confronto con le musicoterapeute. Gli operatori potevamo offrire la conoscenza quotidiana delle persone, delle loro condizioni e delle loro consuetudini; le professioniste, attraverso uno sguardo nuovo, riuscivano talvolta a spingersi oltre i limiti che noi, conoscendo bene le difficoltà dei partecipanti, rischiavamo di considerare già definiti. Questo incontro di competenze ci ha permesso di scoprire possibilità inattese, pur rimanendo attenti ai segnali di affaticamento o di stress.

Un’occasione di crescita professionale e umana

Per me il progetto ha rappresentato un’ulteriore occasione di crescita professionale, umana ed emotiva. Attraverso la musica ho potuto conoscere ancora meglio le persone anziane, vedere le loro fragilità ma anche la loro capacità di superare incertezze e limiti, sostenersi reciprocamente e provare gioia.

La musica abbatte le barriere

La musica può togliere molte barriere: le persone cantano, si muovono, sorridono e si incontrano. La malattia e l’età non cancellano il desiderio di sentirsi vivi, capaci, felici e parte di una comunità. Esperienze come questa ci ricordano che le persone anziane non sono soltanto destinatarie della cura, ma continuano a esprimere risorse, emozioni e possibilità di relazione. Sta a noi saperle riconoscere e creare le condizioni perché possano emergere.