L’incontro con il Centro Diurno Alberto Sordi
Era il 2004 quando ha conosciuto il Centro Diurno Alberto Sordi della Fondazione Alberto Sordi. Sua madre Dora aveva novant’anni, viveva con la famiglia ed era ancora presente, attiva, piena di vita. Eppure Laura sentiva che, anche quando un anziano sta bene, ha bisogno di qualcosa che la famiglia da sola non può dare: relazioni, incontri, momenti condivisi con persone della propria età.
Il Centro arrivò quasi per caso. Un pulmino visto passare per strada. Una curiosità. Poi il primo giorno di prova.
Una diffidenza iniziale, poi la scoperta
“All’inizio mia madre era diffidente”, racconta Laura. “Diceva: ‘Io con gli anziani?’. È una paura comune: quella di sentirsi messi da parte.”
Ma qualcosa cambiò subito. Dora tornava a casa più serena, più leggera. Aspettava quei giorni. Aveva trovato persone con cui parlare, attività che la facevano sentire ancora utile, viva. Ricamava, insegnava, raccontava pezzi della sua storia.
“Quando il tuo familiare sta bene, sta bene tutta la famiglia.”
Per Laura non è stato soltanto un sostegno pratico. È stato un modo diverso di attraversare l’invecchiamento insieme a sua madre. Con meno paura. Con meno solitudine.
Dal lutto a una nuova scelta: il volontariato con anziani
Dora ha frequentato il Centro per due anni e mezzo. Poi è venuta a mancare. E lì, nel silenzio lasciato dall’assenza, Laura si è ritrovata a chiedersi cosa fare di quel vuoto. La risposta l’ha trovata tornando proprio lì.
“Sono tornata come volontaria anche per ritrovare qualcosa di lei.”
Era il 2006. Sono passati quasi vent’anni. Oggi Laura continua a entrare ogni settimana nel Centro Diurno Alberto Sordi con la stessa emozione di allora. Ma nel tempo ha scoperto una verità semplice e profonda: fare volontariato non significa soltanto dare.
Cosa insegna il volontariato con anziani
“Non sono io a dare qualcosa: sono loro a insegnare a me.”
Nel rapporto con le persone anziane ha trovato ascolto, autenticità, umanità. Ha imparato che anche un gesto piccolo può restituire dignità a una giornata. Che sentirsi accolti cambia il modo in cui si vive la fragilità. Che la cura passa soprattutto dalla presenza.
Un luogo pieno di vita, non di isolamento
E soprattutto ha capito che il Centro non è un luogo di isolamento, ma un luogo pieno di vita. Ogni attività, ogni laboratorio, ogni momento condiviso diventa occasione per stimolare la memoria, mantenere relazioni, sentirsi ancora parte del mondo. E quel benessere, racconta Laura, arriva anche alle famiglie, che finalmente possono respirare un po’.
“Io sono una donatrice di tempo. E si riceve molto più di quello che si dà.”
La cura come relazione
Forse è questo il senso più profondo del lavoro della Fondazione Alberto Sordi: costruire luoghi in cui nessuno si senta lasciato solo. Né chi affronta la fragilità dell’età, né chi se ne prende cura ogni giorno.
Luoghi dove la cura non è soltanto assistenza, ma relazione. Dove si continua a sentirsi visti, ascoltati, importanti. E dove, a volte, si può persino ritrovare qualcuno che si pensava perduto.
