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MARTA BERTOLASO “Vulnerabilità e solitudine: il COVID-19 ci ricorda la nostra umanità”

Il secondo articolo è a cura della Prof.ssa Marta Bertolaso, docente di Filosofia della Scienza presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma e di Maria Rosaria Brizi, tutor di disciplina in Ecologia Umana e Sostenibilità, Università Campus Bio-Medico di Roma.

La pandemia in atto, dovuta ad un virus soltanto da qualche mese affacciatosi prepotentemente nelle nostre esistenze, ha generato un’emergenza sanitaria globale cui si cerca affannosamente di trovare risposte di natura scientifica, politica ed economica, in una corsa contro il tempo che vede un investimento ciclopico di risorse umane e materiali.

La paura del contagio, unitamente all’incertezza per il futuro più prossimo e non solo, domina gli orizzonti individuali e collettivi, pesando in maniera drammatica soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione mondiale.

Fra i soggetti particolarmente vulnerabili, figurano, inevitabilmente, gli anziani, in particolar modo esposti a contrarre la malattia in forma grave e sperimentarne le complicanze, fino a morirne in numeri davvero troppo elevati per non destare commosso stupore e senso di impotenza, tale l’ineluttabilità del dato.

L’emergenza sanitaria cagionata dal COVID-19 ha imposto la strategia del distanziamento sociale, ormai condivisa da tutti i paesi significativamente colpiti, come unico, possibile fattore di rallentamento del moltiplicarsi incontrollato dei contagi, lungo una scala di diffusione così macroscopica da poter portare al collasso anche i sistemi sanitari più avanzati. Un distanziamento che sta modificando la vita di relazione di tutti e che spesso, per gli anziani, rischia di coincidere con un isolamento pressoché totale.

Certo, le moderne tecnologie di informazione e comunicazione aiutano a riempire la distanza, offrendo strumenti di relazionalità tutt’altro che disprezzabili: ed allora, il mondo del lavoro, per quanto possibile, inizia un processo, peraltro in molti contesti già avviato e in altri largamente auspicato, di smart-working, mentre gli studenti di ogni ordine e grado continuano i loro percorsi di apprendimento in e-learning. Al contempo, la vita sociale, le amicizie, gli amori si dipanano attraverso la luminosità a comando degli schermi e i supporti tecnologici rendono l’incontro una possibilità che, mai come oggi, è apparsa in grado di amplificare il reale e riempirlo di contenuti.

Fino a poco fa, ci interrogavamo su quanto la tecnologia potesse pervadere le nostre vite e su quanto saremmo riusciti ad adottarla anche nei processi di cura per le persone fragili e anziane. Le circostanze del momento ci ricordano, però, che la domanda vera non è tanto come usare le tecnologie al massimo delle loro potenzialità, quanto piuttosto come vivere, nell’epoca delle tecnologie, al meglio di noi stessi. Gli anziani, in questo momento, sembrano indicarci la strada: c’è da chiedersi, infatti, se la loro frequente resistenza a fare uso delle tecnologie non sia legata al pericolo avvertito della sostituzione o surrogazione delle relazioni, piuttosto che ad una difficoltà concreta di utilizzazione.

Del resto, è innegabile: le tecnologie sono strumenti necessari, ma non potranno mai rimpiazzare il rapporto umano che è anche vicinanza fisica e condivisione effettiva. La possibilità dell’abbraccio, della domanda personale, della carezza e della manifestazione tangibile dell’affetto ed i attenzione, come pure la condivisione di un pianto o una risata non mediate da un supporto tecnologico, sono condizione di benessere fisico e psicologico, affettivo ed emotivo. Questa vicinanza non è solo un’esigenza di bambini ed anziani, è una necessità di ogni persona, in quanto parte integrante della nostra umanità.

Del resto, anche l’isolamento e il distanziamento sociale, la vulnerabilità e la paura di una minaccia sempre in agguato sembravano, fino a poco tempo fa, mali che affliggevano principalmente gli anziani. Invece, oggi, ne soffriamo tutti, seppure in misura e maniera diversa, ritrovandoci a nostra volta un po’ anziani nell’affrontare la nostra quotidianità. E, allora, la situazione attuale ci ricorda che la presa in carico e la cura della fascia di popolazione più avanti negli anni è in realtà – e in modo paradigmatico – una delle espressioni più significative della nostra umanità, invero una forma profonda di condivisione della realtà in cui tutti siamo immersi.

La particolare attenzione rivolta agli anziani, nelle ultime settimane, ha messo in moto, tra l’altro, numerosissime iniziative di solidarietà e di generosità di cui forse non pensavamo di essere capaci, almeno collettivamente, ciò che ha innestato un vero e proprio circolo virtuoso nella ricerca fattiva  di un maggior bene comune. Le iniziative di volontariato, spesso relegate ai margini dei contesti produttivi, sono oggi parte integrante dei processi di sostenibilità dell’emergenza causata dal COVID-19 e realizzano nuove forme di vicinanza, di irrinunciabile prossimità fisica, inverandosi ora  nella mano di un volontario che porta la spesa e i medicinali all’anziano solo, per sopperire ad esigenze non rimandabili di carattere primario, ora nelle sembianze dell’operatore nelle case di riposo che, anche solo con una carezza accennata o un minuscolo gesto di premura, non dovuto eppure volontariamente offerto, ricorda all’anziano impaurito che la cura, la vicinanza, l’attenzione per l’altro non solo esistono, bensì resistono e crescono.

C’è una sfida in atto, che è sociale ed antropologica al contempo, ed attiene all’ecologia umana, al nostro modo di stare nel mondo, poiché ogni crisi, anche la più grave, è sempre foriera di nuove possibilità. Se prenderemo sul serio questa sfida, la prossimità -anche reale e corporea- di cui siamo stati in larga parte privati in queste ultime settimane, ci farà riflettere e auspicabilmente implementare soluzioni di cura che, in future, inevitabili emergenze, ci consentiranno, in qualche modo di star, più vicini e non, paradossalmente, più lontani. Gli esempi, fin d’ora, non mancano, dai figli che sono tornati a vivere con i genitori per non lasciarli soli nella quarantena, agli operatori sanitari che si sono chiusi nelle case di riposo per dare sicurezza e maggiore protezione agli ospiti.

Forse non potranno essere sempre queste le soluzioni, ma questo potrà essere lo spirito chi dovrà animare la ricerca di soluzioni. Tale, del resto, anche lo spirito che ha animato la Carta Alleanza per le persone anziane. Una carta concepita per l’anziano, certo, ma che ricorda a tutti la nostra umanità e ci indica modi per non smettere mai di coltivarla ed esternarla, sia come singoli che come collettività.

Che il COVID19 sia stata chiamata la “malattia della solitudine” è un dato, ma non ineluttabile che anzi dischiude un orizzonte di riflessione e nuovi scenari con cui confrontarci. La sofferenza di molti anziani, in queste ultime settimane e l’ineluttabilità degli epiloghi in caso di malattia non possono annullare la nostra volontà di costruire un maggior bene comune, immobilizzandoci in un senso di paralizzante smarrimento. E’ proprio nella cura, nello spendersi per l’altro, nel volerlo raggiungere e sostenere, tanto più quando farlo diventa difficile, oneroso e magari anche rischioso, che si declina la solidarietà come vero antidoto alla solitudine. Ed è in nuovi modi di intessere relazioni interpersonali illuminate dal bagliore della gratuità che, pur continuando tutti a sentirci vulnerabili, nessuno rimane indietro, nessuno viene lasciato solo.

Marta Bertolaso

m.bertolaso@unicampus.it

Docente di Filosofia della Scienza presso l’Università Campus Bio-Medico

Consulta Carta dell’Alleanza

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