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Papa Francesco: “Che ci sia un’alleanza tra giovani e anziani”

Nell’epoca della condivisione, non c’è trasmissione di sapere e di esperienza, denuncia Francesco nel suo nuovo libro. Ma è possibile invertire la rotta e costruire modelli nuovi

da un articolo di Antonio Polito pubblicato su corriere.it il 24/10/2018

Oggi si condivide tutto: foto, selfie, pensieri, post, brandelli di vita, esibizionismi, appartamenti, taxi. È l’epoca dello «sharing». L’unica cosa che non condividiamo più, dice Papa Francesco nel suo ultimo libro, è la saggezza. La trasmissione di esperienze e di sapere, che naturalmente connetteva le generazioni tra di loro, si è interrotta perché stiamo rottamando gli anziani. «La nostra società ha privato i nonni della loro voce. Abbiamo tolto lo spazio e l’opportunità di raccontarci le loro storie e la loro vita. Li abbiamo messi da parte — denuncia il Papa — e abbiamo perduto la loro saggezza». Così, proprio mentre gli over sessanta diventano per la prima volta nella storia d’Italia più numerosi degli under trenta, prevale «la cultura dello scarto», che corteggia il giovanilismo perché consuma e condanna la vecchiaia perché non produce. «C’è qualcosa di vile nell’assuefazione alla cultura dello scarto», protesta Francesco.

Il monito di Bobbio

Camminando di pari passo con l’invecchiamento della popolazione, l’emarginazione sociale e culturale degli anziani è forse il fenomeno più preoccupante del nostro tempo. Se n’era già accorto, prima ancora che cominciasse l’era digitale, un altro grande vecchio, Norberto Bobbio. Nelle società tradizionali — notava nel suo «De Senectute» — il vecchio racchiude in se stesso il patrimonio culturale della comunità, sa per esperienza quel che gli altri non sanno ancora e hanno bisogno di imparare da lui. Ma «nelle società evolute il mutamento sempre più rapido ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa. Il vecchio diventa sempre più colui che non sa rispetto ai giovani che sanno, e sanno, tra l’altro, anche perché hanno una maggiore facilità di apprendimento».

I «perennials» e il consumismo

A dispetto del corteggiamento agli anziani che va oggi di moda, e che consiste nel far credere loro di poter restare per sempre giovani, perennials come si dice in America, sempreverdi come i cipressi, perché «i sessanta sono i nuovi quaranta» e la data di nascita non conta, e giù foto ritoccate di George Clooney ed Helen Mirren, l’esperienza della terza età è in realtà rifiutata quando non dileggiata: chi ha più bisogno della saggezza di un nonno se c’è tutto in Rete? E, d’altra parte, a chi servono più l’ufficio postale, il negozietto sotto casa, l’ultima edicola e il cinema di quartiere, se non agli anziani? E infatti chiudono.

Discriminazione sociale

Senza contare la feroce discriminazione sociale che l’invecchiamento moltiplica in maniera esponenziale: provate a confrontare un settantenne benestante, fresco di palestra e di chirurgo plastico, ancora stimolato dal lavoro e da una rete di relazioni, con un coetaneo con pensione minima, isolato in una periferia, magari del Sud, a chilometri da un discount, il cui unico rapporto con il mondo è la tv (ricordate Daniel Blake, il falegname sessantenne del film di Ken Loach?).

Reazioni opposte

Questo progressivo isolamento può determinare nell’ampia fetta della società che è over 65 (un italiano su cinque) due reazioni opposte. La prima è un crudo e scettico pessimismo della ragione, accompagnato da un disincantato dispetto verso la dittatura dei giovani, «i quali guardano male noi anziani, quasi fossimo scrocconi che gli occupano il posto auto», come ha di recente scritto con caustica penna Vittorio Feltri, confessando di avere come sola e paradossale consolazione la certezza «che soffriranno quando noi avremo finito di patire, così imparano». L’altra possibile reazione è l’ottimismo della volontà di Francesco, che sembra averne anzi fatto un centro del suo pontificato: «Da un po’ di tempo porto nel cuore un pensiero, sento che questo è ciò che il Signore vuole che io dica: che ci sia un’alleanza tra giovani e anziani».

Equlibrio spezzato

Da quale stato d’animo finirà col prevalere nei prossimi anni dipende il futuro delle nostre società. L’equilibrio tra le generazioni si sta infatti spezzando per lo tsunami demografico senza precedenti. Non solo i nostri sistemi pensionistici, ma lo stesso accumulo di tradizione è a rischio («tradizione» viene da tradere, trasmettere, e la sua negazione è «tradimento»).

Conversione a U

Di fronte a questi sconvolgimenti la nostra cultura occidentale deve fare una vera e propria conversione a U. Scrive Jonathan Rauch, in un saggio già considerato «seminale» negli Usa, che va ridisegnata la curva della felicità così come l’abbiamo finora concepita. Non considerare più il nostro tragitto come una parabola che va in su dalla nascita fino ai cinquanta e poi declina bruscamente. Ma al contrario proprio come una U: arrivati a metà c’è la risalita, verso un periodo migliore e più felice, «in cui i nostri valori, le nostre priorità, e perfino i nostri cervelli tendono ad allontanarsi dalla competizione e dalla fatica sociale e a connettersi invece verso gli altri e verso il dare agli altri».

Un valore aggiunto

Recuperare a pieno titolo gli anziani nelle nostre comunità potrebbe diventare la più importante riforma sociale del secolo: un decisivo incremento di valore aggiunto. Altro che farli accomodare a 62 anni in un limbo in cui la pensione ti viene concessa solo a patto che sia incompatibile con il lavoro, con qualsiasi lavoro; con l’invito a «godersela», a sostituire il pieno di prima «con il vuoto di un eterno presente edonistico» (Martha Nussbaum). Invece non possiamo sprecare l’enorme capitale umano di esperienza e saggezza rappresentato da milioni di cittadini, che ci servirebbero come tutor nelle aziende, come volontari nelle scuole, come maestri nelle famiglie, come nuovi studenti di un apprendimento continuo e a loro volta docenti di vita, perché «memoriosi della storia», come li definisce Papa Francesco.

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